
Diciannove anni fa moriva Paolo Borsellino.
Nel giorno del ricordo trovo inutile ricostruire le strazianti dinamiche dell'attentato, preferirei, invece, riflettere su cosa rappresenta per noi oggi quella morte.
Come è ormai chiaro Borsellino, così come Falcone, non fu ucciso solo perché scomodo all'"organizzazione", ma per aver scoperto quel collegamento che esisteva tra Stato (converrebbe usare la lettera minuscola) e mafia; il giudice Borsellino capì che nei palazzi romani (e non) qualcuno si azionava per intrattenere rapporti reciprocamente vantaggiosi con gli uomini di "cosa nostra". E ovviamente questo infastidiva, e non poco, prima ancora che le famiglie dell'organizzazione, i politici in questione.
La politica lasciò soli Falcone e Borsellino dopo il grande colpo inferto alla mafia siciliana con il maxi-processo dell'86-87 smantellando il pool e con lui le nuove e vincenti tecniche investigative, ritornando alle azioni distinte, a compartimenti stagni dei vari uffici della procura. Qui sta la vera morte di Falcone e Borsellino. Da questo momento in poi lo Stato li ha abbandonati, mostrando quanto marcio fosse al suo interno. E' bene specificare: non tutti gli apparati statali si meritano l'appellativo di "marcio" o "corrotto", ma quelli più potenti non possono allontanarlo da loro. Per sua natura la mafia tende al potere politico offrendo in cambio potere economico, per arrivare ad ancora maggiore potere economico, senza così prediligere alcun colore, se non quello del denaro.
Se lo Stato lasciò al loro destino i giudici e i magistrati di Palermo, altrettanto non fece parte della città. Emblematiche sono le immagini dei funerali di Falcone prima, e di Borsellino poi. La gente comune assedia i rappresentanti di quello Stato corrotto, non garantista, con rabbia, dolore, disperazione ed esasperazione. Vuole cacciare quei politici indegni di rivestire alcun incarico pubblico, tanto meno se istituzionale; grida "fuori la mafia dallo Stato".
E oggi questa rabbia, questa indignazione dove le si possono rintracciare?
Nel Paese, a parte le associazioni impegnate nella lotta alle mafie, credo, in pochissimi luoghi. Di certo non è una priorità sentita dalla maggioranza degli italiani; la corruzione, la criminalità organizzata sono percepite o come profondamente radicate tanto da valutare impossibile uno scontro vincente o come fenomeno riguardante una sola area dello stivale.
Nulla di più sbagliato. Se vogliamo rimanere sul pratico e sull'attuale, basti ricordare il fatturato annuo che tutte le organizzazioni criminali del nostro Paese mettono a segno: 150 miliardi di euro. In un momento così critico per l'economia e per i conti dello Stato, non tornerebbe forse utile una cifra del genere? Questo non perché la lotta alle mafie abbia a ridursi a semplice movente economico, ma per sottolineare come sia una questione d'interesse nazionale, da nord a sud.
La lotta a tutte le mafie è un dovere di ogni cittadino italiano; un'Italia corrotta, uno Stato manipolato da interessi economici di cui beneficiano i soli e soliti noti è lontano dalle istanze della Nazione; lo Stato deve essere "adottato" da ogni singolo abitante, per non lasciare che ancora una volta il denaro e il potere divengano i mezzi ed il fine di scellerate scelte.
Tutto questo una volta che le mafie saranno sconfitte e i palazzi del potere vuotati del potere e dell'avidità. Le mafie si sconfiggono con la cultura, la partecipazione, la consapevolezza, la giustizia delle decisioni e dei gesti apparentemente più semplici ed insignificanti. Il movimento antimafia nasce da ognuno di noi. Paolo Borsellino e Giovanni Falcone sono morti per questo; noi viviamo per lo stesso.